Cosa è il Festival delle Storie

È l’idea di portare la cultura nelle piazze, nelle strade, in spazi storici da recuperare come castelli, conventi, ville ottocentesche, roccaforti. Non una cultura chiusa, non una cultura per pochi. Lo strumento sono le storie. Storie personali, storie da non dimenticare, storie piccole e grandi, di viaggi e di memoria, di una sola persona o di un popolo, storie di idee, di imprese, di fallimenti, di vittorie, di sconfitte, di amori, di amicizie.

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Perché raccontarle nei paesi

Perché l’Italia è ricca di piccoli paesi. Sono la nostra spina dorsale, sono gli atomi della nostra identità. Perché spesso il mondo della cultura vede solo le grandi città o al massimo i capoluoghi di provincia, ma nei paesi c’è fame di libri, di storie, di racconti, di ritrovare un contatto umano al di là di una società che vive solo di televisione, di immagini o di virtualità. Perché come scriveva Cesare Pavese nella Luna e i falò “un paese di vuole, non fosse per il gusto di andarsene via”. Ma soprattutto perché “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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Dove avviene il Festival delle Storie

Immaginate una valle, nel versante laziale del parco nazionale Abruzzo, Lazio e Molise, sotto Montecassino, a una decina di chilometri da Sora, una costellazione di paesini appoggiati sui monti, paesi di mille, tremila, cinquemila abitanti, con rocche, castelli, piazze medievali e vicoli e un orizzonte che si perde nel verde. Dal 23 al 27 agosto per cinque giorni il festival viaggia per le strade e le piazze e i castelli e gli orti e le osterie di Alvito e delle sue contrade, Picinisco, Atina, Borgo Castellone e Casalvieri.

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Perché è un festival girovago

Perché siamo una valle. E una valle è qualcosa di più dei singoli paesi che ne fanno parte. La valle è un microcosmo e va alla ricerca della propria identità. La valle è una storia. La valle significa avere i piedi, le radici, nella terra, ma lo sguardo al di là dell’orizzonte. In questa epoca in cui i confini sono diventati immaginari e il mondo appare più piccolo, in quella che chiamano globalizzazione, è importante riconoscersi senza alzare muri. E’ necessario navigare, sapendo però bene da dove si è partiti. E’ importante riconoscersi per aprirsi agli altri. E’ bello andare per il mondo sapendo che c’è un posto che puoi chiamare casa. Era più facile scegliere uno dei paesi della Valle di Comino, ma le cose meno faticose non sempre sono le migliori. Il sentirsi una valle rende ogni paese più forte.

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Perché con i tarocchi raccontiamo una storia

E’ chiaro il riferimento al Castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Calvino racconta che l’idea gli venne dopo aver assistito ad un seminario internazionale tenutosi ad Urbino ed in particolare a seguito dell’intervento di Paolo Fabbri Il racconto della cartomanzia. Il “castello” è accompagnato, quasi ad ogni pagina, da riproduzioni delle carte dei tarocchi. Le varie combinazioni tessono lo sviluppo della trama. Come accade con le particelle subatomiche. « un numero finito di elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardo di miliardi ». Nell’intrecciarsi delle vicende e dei personaggi è possibile riconoscere con chiarezza riferimenti a precedenti testi letterari, primo fra tutti l’Orlando furioso, che fu a lungo oggetto di studio e di rielaborazione da parte di Calvino. Il gioco dei tarocchi è utilizzato anche nella canzone di Fabrizio De André Volta la carta. C’è una donna che semina il grano volta la carta si vede il villano. Il villano che zappa la terra volta la carta viene la guerra. Per la guerra non c’è più soldati a piedi scalzi son tutti scappati”.



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ANTRASARTA

Antrasarta è una parola magica. E’ una parola perduta del dialetto della Val di Comino. Significa improvviso e qui c’è, credo, tutto il senso del nostro club. Antrasarta è il mutamento, qualcosa che ti soprende, che non ti aspetti. E’ il fulmine che straccia il cielo. E’ l’incanto, l’epifania, la rivelazione improvvisa di cui parlava Joyce. Antrasarta ti porta nella casella degli imprevisti, ti chiede di leggere una carta. Antrasarta lascia stupito chi legge. Ti diranno: cos’è il club dell’antrasarta e scoprranno che dietro questa parola c’è un mondo. Antrasarta è una jam session. E’ l’improvvisazione, che però nasce dal ventre di una terra, da una cultura dimenticata. E’ rischiare, ma con la coscienza di avere radici. E’ per questo che ho scelto di dare questo nome alla stanza provvisoria del nostro club. Qui potremo parlare. Incontrarci e potrò suggerirvi alcune idee. E informarvi. Non è il nome definitivo del club. E’ solo un’idea, ma è da qui che dobbiamo partire. Buon viaggio.

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